venerdì 31 gennaio 2014

YOU ONLY LIVE TWICE.

Listening to:
GRAVENHURST – ALBUM “The ghost in daylight”
CHET BAKER - ALMOST BLUE
Mark Lanegan "You only live twice"

Aria che esplode da un senso comune
come una goccia che passa di foglia in foglia
fino alla terra
È un seguirsi
È una discesa
come uno scoccare di piatti
solo in sottofondo
come una campana
però fatta con un fiore
come il dito che porti fuori dalla bocca
per sembrare
che si apre una bottiglia con uno scoccare.

Mezzanotte.

Assolo di una chitarra elettrica
leggero come un onda sonora
che resta bassa
la puoi scavalcare se vuoi
e tutte quelle che seguono
puoi galleggiare
sempre
nel mio mare blu indaco.

Bussare al vetro
con un guanto di pelle che magari
non fa rumore,
suonare al campanello
ma non scappare per ascoltare.
Qualcuno chiede chi sono.

Lo chiamano il vento della pazienza
quello della catalogazione
in cui infili vetrini nella tua collezione
affondi le dita tra le cartelle e
sono solo iniziali.

Cominciando dai particolari
torni al totale
e l’immagine cambia improvvisamente
è un interruttore
ed ora che lo sai
puoi sempre accendere
questa luce che ti mostra le cose
come sono.

Senza che tu la ami per quello che sembra.

Per quello che sembrano
quando le guardi la prima volta
senza interesse e congiunzioni.
Senza che tu le abbia studiate.

Ti batto con la testa e non con il cuore.
Ti abbatto con la testa e non con il cuore
perché non ha armi il cuore
non ha nemmeno mira
se è per questo.
Il cuore vive di incoscienza
se sapessimo di battere
se lo sapessimo davvero
allora si fermerebbe.

Stop.




martedì 21 gennaio 2014

CITY- Alessandro baricco

– E allora perché piangi?
– Non sto piangendo.
– Sì che stai piangendo.
– Non è vero.
Era una specie di lancinante, dolorosa meraviglia. Non so se ha presente, colonnello. È un po' come quando si guardano i trenini elettrici, soprattutto se c'è il plastico, con la stazione e le gallerie, le mucche nei prati e i lampioncini accesi di fianco ai passaggi a livello. Succede anche lì. Oppure quando si vede nei cartoni animati la casa dei topolini, con le scatole di fiammiferi al posto dei letti, e il quadro del nonno topo alla parete, la libreria, e un cucchiaio che fa da sedia a dondolo. Ti senti una specie di consolazione, dentro, quasi una rivelazione, che ti spalanca l'anima, per così dire, ma contemporaneamente senti una specie di fitta, come la sensazione di una perdita irrimediabile, e definitiva. Una dolce catastrofe. Credo che c'entri il fatto di essere sempre fuori, in quei momenti lì, sei sempre lì che li guardi da fuori. Non ci puoi entrare, nel trenino, questo è il fatto, e la casa dei topi è qualcosa che rimane lì, nella televisione, e tu sei irrimediabilmente davanti, la guardi ed è tutto quello che puoi fare. Anche quella Casa Ideale, quel giorno, ci potevi anche entrare, se volevi, facevi un po' di coda e poi potevi entrare a visitare gli interni. Ma se lo facevi, non era la stessa cosa. C'era un mucchio di roba interessante, era curioso, potevi anche toccare i soprammobili, ma non c'era più quella meraviglia di quando l'avevi vista da fuori, quella sensazione non c'era più. È una cosa strana. Quando ti accade di vedere il posto dove saresti salvo, sei sempre lì che lo guardi da fuori. Non ci sei mai dentro. È il tuo posto, ma tu non ci sei mai. Mia madre continuava a chiedermi perché ero triste, e io avrei voluto dirle che non ero triste, al contrario, avrei dovuto spiegarle che c'entrava piuttosto qualcosa tipo la felicità, tipo la devastante esperienza di averla vista, di colpo, e in quella idiota casa lì. Ma come si faceva. Anche adesso, non riuscirei. C'è anche un po' da vergognarsi. Quella era una stupida Casa Ideale fatta apposta per fregarti, era tutto un grande e idiota business di geometri e muratori, era una solenne truffa, per dirla tutta. Per quanto ne so io l'architetto che l'aveva disegnata poteva essere un perfetto imbecille, uno che a pranzo andava all'uscita delle scuole a strusciarsi contro le ragazzine e a sussurrargli Succhiami il cazzo e cose del genere. Non so. D'altronde, non so se l'ha notato anche lei, in genere, se c'è qualcosa che ti colpisce come una rivelazione, puoi scommetterci che è una cosa fasulla, voglio dire, una cosa che non è vera. Prenda l'esempio del trenino. Lei può stare a guardare per ore una stazione vera e non succede niente, poi basta un'occhiata a un trenino e, tac, si scatena tutto quel ben di dio. Non ha senso, ma è dannatamente così, e alle volte più è idiota, la cosa che ti becca, più ci rimani appeso, con la meraviglia, come se ci fosse bisogno di una certa dose di impostura, di deliberata impostura, per ottenere tutto quello, come se tutto avesse bisogno di essere falso, almeno per un po', per riuscire, dopo, a diventare qualcosa come una rivelazione. Anche i libri, o i film, è la stessa cosa. Più fasulli di così si muore, e se va a vedere chi ci sta dietro può scommetterci che troverà solo solenni figli di puttana, ma intanto ci vedi dentro cose che ad andare in giro per la strada te le sogni, e nella vita vera non le troverai mai. La vita vera non parla mai. È solo un gioco d'abilità, roba che vinci o perdi, te lo fanno fare per distrarti, così non pensi.


Alessandro Baricco -CITY



Symphonie Monoton Silence (extrait)
Yves Klein

sabato 28 dicembre 2013

TAPPA DI DECOMPRESSIONE

Ritorno dalla luna.
Immagine standardizzata e voce meccanicizzata, tempo futurizzato di anni analizzati.
Troppe zeta troppe ti, troppe consonanti che trottano nella mia bocca.
E' che mi piace perdermi nella scienza e nella tecnica così cancello i colori e tutto quel
giro di parole vere e scivolose che uso.

Sono semplice, sono logica, sono matematica.

Mi perdo nelle parole che non hanno un peso, quel genere di leggerezza che allontana
chi non ha fegato. Sono parole che mi figuro nella mente, non scrivo per lettere ma scrivo
per immagini, queste, scendono come fotografie e si siedono accanto a me.
Scendono da dove, chiedi tu? Non so, direi che scendono le fotografie, non salgono.
Sono già in alto.

Sono un'impressione, tempo lungo, messa a fuoco manuale, stanza poco illuminata.

Ho paura, la paura nuova.
La paura solita di ricadere in una malinconia tragica.
Di dover recitare la mia parte senza esitazioni: la tragedia infatti.
La recita delle possibilità e dell'ineluttabilità, a differenza del mito la mia scena è un
barcamenarsi goffa tra libertà e bisogno, tra stasi e movimento.

La differenza tra un buon post e questo è proprio in una riga.
Scegliere cosa comunicare, come comunicarlo e se possibile cercare di non
farti piangere più perché esiste uno spazio di decompressione ed io lo so.
E' lo spazio dove io non ho fatto nulla e la tragedia deve ancora iniziare.
E' lo spazio dove ascoltiamo Sebastien Tellier in una notte di agosto.
E' lo spazio del "non resto a dormire da te", "non voglio niente di fisso".
E' lo spazio di un'istantanea di Google Maps.
E' lo spazio di un desiderio tattile.
Desiderio rettile, di mutare, di cambiare, di lasciare giù questa pelle vecchia
come una corazza dopo la battaglia, come lo scafandro di cui ti parlavo.

Perché adesso lo scafandro non bilancia farfalle né palloncini ed io vado a fondo
come nel film su Jean Dominique Bauby, salgono le bolle in un tuffo medievale con
corazza e tubicini.
Nonpotreinondireche.
Fermate i violini e posate i fiori, stop con il lancio di oggetti grazie.
Desiderio portatile, senza fili, ad esaurimento di carica, dura il tempo di un
vuoto d'aria, di uno sbalzo in volo, come il sorvolare i monti di cui ti parlavo.
Per non essere più una parte, di parte, a parte tutto.
Per non essere.
Per non.
Per.
.




Una tappa di decompressione (detta anche pausa, fermata di decompressione o tappa di desaturazione) è il periodo di tempo che un subacqueo deve spendere ad una PROFONDITA' costante alla fine di un'immersione subacquea [...]



venerdì 27 dicembre 2013

THE UGLY AND THE BEAUTIFUL - The Real Tuesday Weld

Lavedianchetuquestacaverna?
E'fumoe'ariae'unaportachiusae'unamusicachenonfiniscepiù.
Lavedianchetu?

sabato 21 dicembre 2013

HELIOTROPE BOUQUET

Mi berrei un bel martini ascoltando Heliotrope Bouquet.
Mi butterei sul letto sbattendo in maniera scomposta le gambe.
Mi berrei una tisana rovesciando tutto sul pavimento,
mi trascinerei la sciarpa chiusa fuori dalla portiera dell'auto,
mi troverei al posto sbagliato nel momento perfetto.
Perfetto per un martini.
Non è che mi sbaglierei.

Ho etichettato le persone che vestono di nero.
Non sono capi delicati insomma.
Non bisogna aggredirli né portandoli ad alte temperature né operando
con un linguaggio colorito.
Bisturi e luce fredda.

Mi berrei un bel martini ascoltando Heliotrope Bouquet.
Mi toccherei la barba con indice e pollice, fisserei il muro da
una vecchia poltrona immaginandomi una porta di un saloon.
Un barista, preferibilmente, occhi scuri e carnagione olivastra
mi mostrerebbe il mio posto a bancone.
Uno schiocco di dita ed è un capitolare di passi, un rumore
di un fiume in piena.
Meglio, una cascata con ciottoli.
Son le otto e il mio vicino sta scendendo le scale, forse a tre a tre.

Mi berrei un bel martini ascoltando Heliotrope Bouquet
perché non amo le ripetizioni, nemmeno i vuoti d'aria,
non amo complimenti né tenerezze, mi imbarazza lo sguardo
e schivo i posti affollati.
Un uomo, una donna, un cane, un bambino, non ho limiti
alla timidezza. Son dunque sempre in guerra, non ho mai
bandiere bianche con me, agito un bastone per l'aria come
dovessi catturare farfalle, colpire una mosca.

Mi berrei qualsiasi cosa ascoltando Heliotrope Bouquet,
potrebbe trattarsi del mio matrimonio o del filmino del
mio matrimonio visto con amici.
Strano effetto ti da la letteratura, anche quella più scomposta,
prima ti butti su un letto poi questo si rovescia su di te.
E' una logica anti gravitazionale: vorrei imbarazzarti come
se non avessimo più nemmeno un rifugio.
E invece ti accomodo nella mia letteratura, ho una citazione
per ogni momento, non è il nome ma è il profumo, non è
una parola ma basta solo la sillaba.

Mi berrei, anzi mi mangerei questo bouquet, fior di vaniglia,
dolce come lo zucchero raffinato.
Sbagliato come il rigore che passa la traversa, quel tipo
di esagerazione che teme la sarta quando sbaglia l'orlo.
La forza di andare sempre oltre, ma oltre male.
Non oltre bene.
Oltre mare.

Mi berrei, come una storia raccontata in una notte d'inverno.
e vorrei dire e ridirieeridireeridireeridireeridireeridireeridire:
ti sfugge il punto. Il punto è che io sono qua.
Ed ora io e te ascolteremo Heliotrope Bouquet.



giovedì 19 dicembre 2013

OLIO DI GEMITO.

Frigge un pensiero in testa
impanato malamente.
Frigge eppure non urla come un'aragosta.
Frigge eppure non lascia macchie.
Frigge eppure non ha odori.

Scivola dalla pentola direttamente nel piatto
e sai, per pochi istanti, cosa fartene.
Scivola e tu odi le cose che scivolano.
Odi anche le persone.
Eppure tu cadi sempre dalle scale.
O sono le scale che cadono addosso a te.

Olio.
Pensiero fulminante, il resto non è che fritto misto.
olio.
elio.
La voce della signora che vende fiori.
Acuta, acutissima.

Scivolano le cose, scivolano le persone, scivolano i pensieri
e per fortuna non solo giù dalla scale.


lunedì 25 novembre 2013

My FUNERAL party.

La festa degli addii.
Non è necessario l'humor inglese.
Questo è il mio funeral party, ovvio non uno vero, quello vero sarà un funeral rave party.
Musica proiettata da casse enormi, come si trattasse di trampolini, una vasca non troppo profonda di persone, un'umanità ben stereotipata: rasta ormai fuori moda, orecchini in legno ed estensori, tatuaggi tribali come il tappeto della zia, magliette tagliate con le forbici del papà per tagliare i cavi elettrici.
Quel tipo di forbice tozza che sembra non tagli nulla, eppure.
Erba stroppicciata, era un tappeto, poi è stato lavato, pestato.
Ora è un campo.
Un campo da rave party.

La festa degli addii.
Non posso immaginarmela così.
Piuttosto un buffet con una musica leggera, fuori dalla finestra una scogliera assolata.
Tutto sembra spazio ampio, potresti correre nella sala, potresti lanciare un pallone e aspettare il primo rimbalzo.
Non posso pensare che non faccia star male tutto questo mare, è il sale che fa bruciare gli occhi.
Non è altro.
Fuori passa il solito golden retriever che corre sulla sabbia - manca un bambino - direte - manca il bambino con la maglia a righe della Petit-Bateau.
Passa solo il cane.
Aspetto un po.
Nessun bambino.
Ripassa il cane.
...neanchel'ombradiunaquilonenemmenounamusicadipianoalmassimoungabbianomanemmenoquellosonotaglidellaproduzione.

La festa degli addii.
Comincia appena hai finito di incazzarti.
Piuttosto ha quell'odore di candela spenta, la struttura di una mela tagliata da qualche minuto, il colore sbagliato del bucato e del tuo capo preferito. E' diventato preferito proprio quando l'hai trovato così dopo il lavaggio: hai provato la sua imperfezione, il suo danno. 
Il tuo danno.
E' un mondo di mostri, nessuno potrà mai ritrovarsi.
Io porto le tartine e la coca-cola, mia mamma compra l'erbazzone e il gnocco, roba che ti volti e ti sei laureato e mentre ti proclamano già lavori in banca da dieci anni, ti fai la cassiera part-time e con il verbo fare intendo voce del verbo tradire tua moglie.
Allora ti volti e stai comprando gnocco e pizza per un compleanno a casa di Giovanni che poi mentre si laurea lavora in una ditta chimica ed ora sei nonno ma hai un male incredibile sempre allo sterno, proprio dove senti pulsare, è un fuoco che ormai nemmeno i medici sanno fermare.

La festa degli addii.
Si tratta di una festa che non puoi preparare né organizzare.
Avrebbe un non so che di grottesco.
La festa degli addii funziona per invito personalizzato, chi partecipa appena capisce cosa sta succedendo si guarda attorno - nessuna uscita - al massimo si tratta di un cambio di stanza.
Stanze sempre molto strette per un comfort che non sia troppo edulcorato, sono stanze di passaggio in cui ti devi sedere ma non adagiare, ti devi appoggiare ma noterai che non c'è polvere nemmeno sui mobili wengè.
Nessuno pulisce.
Niente di strano.

La festa degli addii.
Un giorno avevo una scatola, mi bastava guardarci dentro.
Era il mio glory box ed è probabilmente dalla mia scatola che i Portishead hanno tratto un successo smisurato, ballano due figure al centro di un mondo che non esiste.
Ed ora son stanca di osservare un circolo di oggetti gravitare. 
Ci sono temperature a cui non esistono ragioni né emozioni.
La sauna del cuore. Si tratta di gradi di umidità che bagnano i ricordi fino a farli trasudare in una bolla di immagini che fluttuano nell'aria, dalla pesantezza alla leggerezza.
Ed esistono giorni di funerali, di lutti, di nascite, di lauree, di compleanni.
Sono fasi, sono cicli, sono cose.
Cose.
Nel caso credo che più si cambia più si diventa sé stessi.