Esiste un calcolo scientifico della sopportabilità del dolore umano, il dolore della carne e degli organi interni, il dolore della circolazione e dei tessuti connettivi.
Esiste un calcolo balistico dei movimenti di un cuore straziato e dei suoi spostamenti all'interno di un corpo indifeso: la tenuta nelle curve della vita, l'adattamento al tipo di tragitto che si sta seguendo.
Il mio cuore è una macchina, è solo una macchina incidentata.
Esiste un numero ben preciso che calcola la sopportazione delle tipologie di dolori, possiamo classificarli come "dolori alla terza" o "dolori all'ennesima potenza": è la radice quadrata della nostra età disidratata dai numeri primi della nostra vita e dalla somma delle persone che all'oggi ci mancano.
Un calcolo quasi fisico, interstellare, un calcolo rotatorio alternato che non conosce tempo né spazio: un calcolo che non voglio fare.
Eppure amo perdere tempo a schematizzare il dolore, misurandone ampiezza e densità sperando sempre e comunque di galleggiare io (rispetto al resto) in superficie.
Un peso specifico da non sottovalutare: il peso specifico del vuoto.
Il vuoto d'aria che hai, che senti, quando tutti questi calcoli e misurazioni portano il tuo respiro a farsi stretto, serrato, sempre meno frequente poi lento, pare di essere in acqua, abbiamo tutto il tempo che vogliamo per riemergere ed ora siamo nel silenzio, le urla di fuori sembrano echi mostruosi e la visione è quasi annebbiata eppure luminosa.
Il vuoto d'aria che hai quando gli eventi ti colpiscono al fianco come un cazzotto ben assestato, proprio a te che sei pacifista, che non hai mai toccato nessuno, che non sfioreresti nessuno nemmeno con un fiore (presumibilmente di plastica), tocca a te ora sferrare il secondo pugno eppure non puoi più alzarti, è come se ti avessero schiacciato con un macigno a terra, sei ancorato, stai affondando con il tuo scafandro, non si torna più a galla, non si vede la fine.
Il vuoto d'aria che hai, quando ti accorgi che si può andare avanti, sempre in meno, sempre più soli, sempre più offesi e feriti, sempre più cicatrizzati, ed è quella pelle che ora senti dura che ti farà da corazza perché sulle ferite si crea un alone di aridità, di durezza che è anche salvezza, che divora il vuoto e ne modella le sue forme fino a creare un antro tutto per te, un bozzo, una cuccia, una tenda in salotto, un mucchietto di lenzuola in un angolo.
Poi un giorno
l’illuminazione. Sono a prendere un caffè, sola, mi guardo attorno con gli
occhi delle faine incrociate di notte per strada: una ragazza seduta vicino a
me sta riordinando il tavolo in maniera quasi maniacale, tazzina e cucchiaino,
bustina di zucchero inclinata verso destra, tovagliolino del locale con logo
ben in vista; organizza il suo tavolo come un catering da matrimonio.
Ci risiamo.
Per pochi istanti rivedo le scene strepitose di “Qualcosa è cambiato”, mi trovo
a fianco di una giovanissima affetta da disturbo ossessivo - compulsivo, ecco
che ho trovato un’amica.
Invece no.
Semplicemente
si prepara a scattare una fotografia con il suo smartphone.
Se non posti
non esisti.
L’evoluzione
della fotografia con l’arrivo del pixel non sarà il tema di quest’articolo; non
parlerò né di perdita del referente né di sali d’argento tantomeno di falsa
rivoluzione del digitale. Bensì di una rivoluzione ben più importante che sta
cambiando il nostro modo di comunicare e di esistere nel mondo della
condivisione.
Ogni giorno
osservo ragazzi e ragazze scattare fotografie del tutto autoreferenziali dai
loro cellulari: scarpe allacciate, unghie smaltate, smorfie pressoché uguali e
ripetitive, segni di riconoscimento che scorrono come un flusso perpetuo di una
comunicazione fine a se stessa. È una comunicazione immediata, fotografie cometa la cui scia dura i
pochi minuti della condivisione per poi avvolgersi e rinchiudersi in una
cartella - fotografie bacheca – che non verrà più aperta e raggiungerà il
numero di scatti (quasi) infinitamente proporzionale agli eventi effimeri della
nostra quotidianità.
La nuova
condivisione è basata su un culto per la citazione e il richiamo dei grandi
esperimenti fotografici: la polaroid, il vintage/Lomo, la sfocatura lineare o
radiale per una maggiore profondità di campo. L’idea principale è la
trasformazione della realtà visibile ai nostri occhi in un’elaborazione
artistica delle sue parti. Queste fotografie funzionano come un linguaggio elementare
ed appena abbozzato: un richiamo rapido di attenzione, un urlo di breve durata
che si spegne in pochi istanti.
Queste
immagini, dicevamo, hanno un’esistenza passeggera
quanto la scia di una cometa, ma (proprio) gli istanti di visione sono un lampo in una notte serena:
commenti, visualizzazioni, like e
condivisioni. La vita nella rete sociale si trasforma nell’aforisma di Andy Warhol “In
futuro tutti saranno famosi per 15 minuti” ed è il grado zero della condivisione (non
esiste selezione né conservazione di queste immagini se non direttamente nelle
piattaforme dei social network).
Il più
importante programma di photo sharing,
Instagram, compare il 6 ottobre del
2010 ed esattamente un mese fa superava la
soglia dei 50 milioni di utenti, proprio mentre la piattaforma stava per essere acquistata da Facebook. L’immagine di oggi funziona
secondo la nota locuzione latina hic et nunc,
suggerisce la fragilità della nostra contemporaneità, la percezione di uno
spazio ed un tempo non più infiniti.
La sensazione
è quella di scorrere nel presente come da uno scivolo oleato, in cui si aggrappa con le mani a ciò che resta saldo,
ovvero solo la struttura: a quale desiderio risponde questo flusso di immagini
immediatamente condiviso?
Sono
emozioni e desideri della propria intimità: l’ampliamento del raggio, permesso
dalla condivisione e dalla globalizzazione, ci ha condotti ad uno sguardo
intimo ed individualista. In queste immagini, infatti, notiamo ben poco del
reportage bensì un rivolgimento dello scatto opposto: si scatta verso se stessi
e la finestra sul cortile si trasforma in un microscopio puntato sulla nostra
pelle, il nostro mondo organico viene perlustrato ed esposto al pubblico
ludibrio minuto dopo minuto.
Si ottiene in
questo modo una semplificazione dello schema a tre elementi barthesiano: operator, spectator e spectrum si
fondono nell’utente medio del mondo della condivisione.
Ci
inquadriamo, scattiamo e ci osserviamo gettati nel flusso (sempre aggiornato)
del nostro social network: è una
soddisfazione istantanea dell’Ego con la quale non mi specchio più in uno
stagno ma mi affaccio con la mia ingombrante presenza in un mondo dove la mia
stessa immagine sfugge al mio controllo. Come sottolinea MicheleSmargiassi, giornalista e fotocrate, queste immagini non producono più una relazione bensì una dispersione; spieghiamoci meglio, le fotografie assolvono
ancora il loro compito di elaborazione e costruzione del sé ma i veri destinatari
di questo prodotto finale non sono semplici utenti ma persone che io non
conosco direttamente. Scissa dal proprio referente umano la mia immagine vive
di vita propria e diventa ben più visibile del suo referente organico ovvero me
stesso per diventare “veicolo della dispersione entropica di un ego
artificiale”. Nella trasformazione della fotografia da opera a performance
divento l’attore protagonista, travolto dall’ansia della mia società
contemporanea.
Sicuramente
non sbagliano i curatori del Museo Alinari di Firenze nel proporre nell’ultima
stanza del museo della fotografia il primo fotofonino della storia (2001): un Nokia
7650. Da non sottovalutare la data di creazione e la struttura del “reperto”; proprio
Stanley Kubrick nella sua premonizione filmica[1]
donò ai primi ominidi un monolite nero dotato di conoscenza che, nello sviluppo
della pellicola, assumeva differenti valenze: una divinità, un extra –
terrestre, il primo mattone dell’Universo.
Che sia
davvero questo fotofonino l’essenza del nostro Universo?
Nel dubbio posto una foto.
di Claudia Balzani, pubblicato su The Art Ship di Luglio.
Potrei paragonare queste giornate alle volte in cui cantando a squarciagola mi accorgo di aver sbagliato battuta - sarà la strofa dopo oppure no - e ci rimango male, poi borbotto un poco e canto suoni indistinti come un chewing-gum biascicato.
Ci sono giorni in cui non trovo il tempo.
Potrei paragonare questa mancanza alle volte in cui mi affanno indistintamente tra diversi impegni, senza priorità, senza eccezioni e mi rendo conto - solo dopo - che il tempo stesso è un astrazione governata da alcuni parametri /evorreichequestiimpazzissero/ : l'orologio, i genitori, il lavoro, i figli, la scuola, la burocrazia, il sole, le nuvole e forse anche il tempo interiore - ma quello posso governarlo da me, non sempre ma posso.
Ci sono giorni in cui non trovo lo spazio.
Potrei paragonare questa claustrofobia alle volte in cui ho cercato, nell'incontro con una persona, gli spazi più sconfinati del cielo, ho cercato con gli occhi il volo degli aerei e il vento che sposta i confini del bello e brutto tempo; cercavo l'aria che non trovavo in un dialogo, cercavo la finestra dentro alla cantina ed il lucernario dalle soffitte impolverate.
Ci sono giorni in cui trovo che sia inutile non trovare qualcosa.
Potrei paragonare questa sensazione a The nothing song dei Sigur Ros: non ci sono parole comprensibili, non scorre più il tempo (secondo i parametri prima elencati) e lo spazio è dilatato come una pupilla in overdose.
In questi giorni incerti, in preda al dilagare di profezie, tormentati da un tremolio persistente e dal crollo di case, chiese, fabbriche e scuole (la natura non ha riguardo delle differenze sociali) e dal lutto che portiamo ogni giorno, con sgomento, ripetendoci che non è possibile nel 2012 morire in questo modo e ci raccontiamo che "domaniandràmeglio" e sicuramente ci facciamo forza e ci aiutiamo ma la vita a volte (come dice qualcuno) è proprio capace di cacarti in testa, e allora ci scappa una risata -timida- ci guardiamo fissi negli occhi e torniamo seri.
Parliamo veloci noi emilanoromagnoli, siamo un etnia composta, siamo due in uno, come le parole composte bisogna stare attenti con i plurali: il primo termine resta uno il secondo diventa una molteplicità -terremoto/terremoti, noi emiliani abbiamo il compito di essere proprio l'aggettivo portante, l'invariabile portante, il muro portante (ho il punto fisso, lo so).
Proprio in questi giorni o meglio in queste notti ho pensato a cos'è il terremoto nei miei ricordi letterario/mentali/musicali partendo dall'idea di dover addomesticare la paura dell'ignoto parafrasandone le sue parti in un gioco di collegamenti liberi.
Fine anni '90, un libro tanto amato e tanto snobbato: Salman Rushdie (avrei bisogno di un post unicamente dedicato a lui) scrive "La terra sotto i suoi piedi"; un anno dopo Wenders gira, su idea di Bono degli U2, "The million dollar hotel" con Milla Jovovich e Mel Gibson (quando ancora l'attore non era stato arrestato completamente ubriaco alla guida del suo fuoristrada, ancor prima di rilasciare dichiarazioni razziste imbarazzanti ed ancora prima di picchiare la sua compagna - ma questa è un'altra storia.) Questo film ha una canzone di punta dedicata al libro di Rushdie, una parte del romanzo è stata usata come testo ed è degli U2 "The ground beneath her feet".
ORA, FINE ANNI '90 INIZIO 2000.
random mode ON.
-1999-
Nel giorno di San Valentino del 1989, Vina Apsara, cantante rock dalla voce irresistibile, scompare in Messico durante un terremoto. A partire da questo evento Salman Rushdie torna indietro di qualche decennio per ripercorrere la storia di Vina e Ormus Cama, lo straordinario musicista che più volte l'ha perduta e ritrovata. La loro è la storia di un amore che li insegue per tutta la vita, e anche dopo.
"...perché coloro che danno valore alla stabilità, che temono la transitorietà, l’incertezza, il cambiamento, hanno eretto un potente sistema di biasimo e di tabù contro quella forza dirompente e associale che è l’esistere senza radici, in modo che in gran parte ci conformiamo, fingiamo di essere spinti da una lealtà e da una solidarietà che non sentiamo veramente, nascondiamo le nostre identità segrete sotto la pelle falsa di quelle identità che portano il sigillo di approvazione degli appartenenti. Ma la verità trapela nei nostri sogni; da soli nei nostri letti (perché siamo tutti soli di notte, anche se non dormiamo da soli), ci innalziamo, voliamo, fuggiamo. E in quei sogni ad occhi aperti che la nostra società ci permette, nei nostri miti, nelle nostre arti, nelle nostre canzoni, celebriamo i non appartenenti, i diversi, i fuorilegge, i pazzoidi. Ciò che non permettiamo a noi stessi, paghiamo fior di lire per guardare, al teatro o al cinema, o di leggere tra le copertine segrete di un libro. Il vagabondo, l’assassino, il ribelle, il ladro, il mutante, l’emarginato, il delinquente, il diavolo, il peccatore, il viaggiatore, il mafioso, il fuggitivo, la maschera: se non riconoscessimo in loro le nostre esigenze meno realizzate, non li reinventeremo volta dopo volta, in ogni posto, in ogni lingua, in ogni tempo. Una volta inventate le navi ci siamo precipitati al mare, attraversando gli oceani in barche di carta. Una volta inventate le automobili abbiamo imboccato la strada. Una volta inventati gli aeroplani abbiamo spiccato il volo verso gli angoli più lontani del pianeta. Ora bramiamo il lato oscuro della luna, le pianure rocciose di Marte, gli anelli di Saturno, le profondità interstellari. Mandiamo fotografi meccanici in orbita, o in viaggi a senso unico verso le stelle, e piangiamo alle meraviglie che trasmettono; siamo annichiliti dalle immagini imponenti di galassie lontane immobili come colonne di nuvole nel cielo, e diamo nomi alle rocce aliene, come se fossero i nostri animali domestici. Languiamo per l’alterazione dello spazio, per l’orlo esterno del tempo. E questa è la specie che si illude che ama stare a casa, che ama cingersi con – come si chiamano di nuovo? – legami. Così lo vedo io. Non c’è bisogno di darmi ragione. Forse non siamo così tanti, in fondo. Forse siamo dirompenti, asociali e dovremo essere allontanati."